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 APPROCCIO STRATEGICO APPLICATO IN AMBITO EDUCATIVO

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi”

 MProust

La percezione della realtà guida il modo in cui ci comportiamo, il quale influenza a sua volta la realtà modificandola, talvolta in modo funzionale, talvolta in modo disfunzionale all’individuo e al suo contesto. In una rete di relazioni interdipendenti che ognuno vive con se stesso, con gli altri e con il mondo, è possibile che qualcosa ad un certo punto si “ingarbugli” rendendo sempre più difficile e vano il tentativo di “sbrogliare la matassa”.

Può apparire strano e paradossale ma spesso, quando ci troviamo di fronte ad una realtà che percepiamo problematica e difficoltosa per cercare di risolverla andiamo alla ricerca di soluzioni che spesso non solo non funzionano ma addirittura alimentano il problema mantenendolo tale o addirittura peggiorandolo. E’ sorprendente come in realtà, per risolvere un problema, non è necessario allontanarsi da esso, intraprendendo un viaggio alla ricerca delle sue cause “…cercare nuove terre..”, basterebbe  cambiare la nostra percezione di tale difficoltà “…avere nuovi occhi”, per farlo svanire, come per magia.

L’intervento strategico è rappresentato dallo spostamento del punto di osservazione del soggetto, dalla sua originaria rigida e disfunzionale posizione percettiva-reattiva ad una prospettiva elastica, non rigida e con più possibilità percettive-reattive.

“Comportati sempre in modo da aumentare il numero delle possibilità di scelta” Foerster

In altre parole, il soggetto acquisisce la capacità di fronteggiare un problema mettendo a punto una gamma di possibilità differenti di strategie risolutive. Infatti anche una soluzione che si è dimostrata in una determinata occasione buona e risolutiva, può divenire, applicata ad una nuova situazione, una complicazione del problema.

Come in questo aneddoto: ”Un ubriaco sta cercando sotto un lampione la chiave che ha perduto: un passante soccorrevole si offre di aiutare il povero ubriaco a ritrovare l’oggetto perduto. Dopo un bel po’ che i due stanno cercando senza successo la chiave sotto il lampione, il signore soccorrevole, un po’ scocciato, rivolgendosi all’ubriaco chiede:” Ma è proprio sicuro di averla perduta qui? E l’altro replica:” Ceto che no, ma dove l’ho perduta è troppo buio per cercarla.”

Quando ci troviamo di fronte ad un problema che per essere risolto richiederebbe un nostro cambiamento di prospettiva o di azione, il nostro istinto di conservazione cercherà di mantenere invariato il nostro stato, anche se disfunzionale. Infatti in natura ogni equilibrio costituito tende a mantenere se stesso (omeostasi). Cosicchè le “tentate soluzioni” disfunzionali diventano il problema. In altre parole errare è umano ma è l’incapacità di modificare i propri errori che rende le situazioni irrisolvibili. Le soluzioni messe in atto cercheranno di fronteggiare la difficoltà, così come percepita, attraverso i nostri schemi mentali costruiti attraverso l’esperienze e gli apprendimenti precedenti e perciò preferiti. Si dice infatti che l’uomo ama di più riconoscere che conoscere. Quando la strategia messa in atto non ci darà gli effetti desiderati penseremo di non aver applicato bene la strategia stessa, di non esserci impegnati abbastanza e continueremo ad applicarla in modo insistente.

In altri termini, tutto ciò riconduce ad un’antica storiella greca che narra di un mulo che tutte le mattine portava un basto pieno di legna dalla fattoria situata a valle alla baita in montagna, passando sempre per lo stesso viottolo attraverso il bosco, andando su la mattina e tornando giù la sera. Ma una notte, durante un temporale, un fulmine abbatté un albero che andò ad ostruire il passaggio. La mattina seguente il mulo, camminando per il suo usuale percorso incontrò l’albero che impediva il suo tragitto e pensò:” L’albero qui non ci doveva essere, è nel posto sbagliato” E procedette fino a sbattere la testa sull’albero immaginando che l’albero si sarebbe spostato, considerando che quello non era il suo posto. Allora il mulo pensò:” Forse non ho dato una botta abbastanza forte”, ma l’albero non si spostò e il mulo insistette ripetutamente; lascio immaginare la tragica fine di questa antica storiella greca.

Ma se un sistema difende l’ equilibrio creato, rendendolo consapevole del tentativo di cambiarlo, in realtà, non facciamo altro che aumentare le sue resistenze. Da ciò deriva l’idea strategica che per indurre rapidamente un cambiamento si deve operare all’insaputa del sistema stesso ovvero “solcare il mare all’insaputa del cielo”.

La magia del PROBLEM SOLVING STRATEGICO risiede proprio nel rendere il cambiamento una sorta di processo naturale privo di forzature e per questo scevro anche da resistenze.

Concentrandosi sulle modalità con cui le persone percepiscono il problema, come vi reagiscono e sui tentativi fallimentari di soluzione fino al momento effettuati, nonché alle possibili eccezioni, con l’approccio strategico si guida il proprio interlocutore a scoprire nuove prospettive e lo si facilita nel percorso di raggiungimento dei propri obiettivi.

L’intervento è caratterizzato dal fatto che le soluzioni efficaci vengono costruite ad hoc sulle caratteristiche del problema da risolvere e sulla definizione degli obiettivi da raggiungere. 

A Palo Alto, in California, si sviluppa, presso il Mental Research Institute, il modello di terapia ”sistemica”.  L’idea di base è che i problemi umani si reggono sulla base delle interazioni comunicative che ogni soggetto stabilisce con gli altri e con la realtà circostante.

All’interno di questo gruppo nel 1960 giunse Paul Watzlawick (psicologo Austriaco, massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana, primo esponente della scuola di Palo Alto – California) il quale formulò in maniera rigorosa un approccio alla comunicazione umana focalizzato sui suoi effetti pragmatici. Il gruppo di studiosi di Palo Alto si orientò negli anni successivi verso modelli di intervento più elastici e adattabili alle tante possibili varietà di problemi umani, approfondendo anche gli studi del famoso ipnoterapeuta Milton Erickson sull’importanza in terapia, ai fini dell’efficacia, dell’utilizzo di una comunicazione prettamente suggestiva e persuasoria.

Le evoluzioni successive degli studi sviluppati al M.R.I giunsero alla formulazione del modello di intervento strategico di cui si deve l’attuale evoluzione della terapia Breve Strategica e del modello di Comunicazione e Problem Solving Strategico al Prof. Giorgio Nardone (esponente di maggior spicco tra i ricercatori della Scuola di Palo Alto e fondatore con Paul Watzlawick della Scuola di Psicoterapia Breve Strategica di Arezzo), dapprima sotto la supervisione di John Weakland e Paul Watzlawick, e successivamente orientato, mediante una specifica metodologia di ricerca empirica - sperimentale e nuove assunzioni logiche - epistemologiche, verso la costituzione di un approccio evoluto caratterizzato dalla messa a punto di protocolli specifici di trattamento per particolari patologie (panico, fobie, ossessioni e compulsioni disordini alimentari etc.).